sabato 11 febbraio 2017

Parigi, 10 febbraio 1947: il popolo giuliano-dalmata schiacciato dalla sconfitta italiana

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Settant’anni fa il 10 febbraio. Settant’anni fa la firma di un Trattato di Pace che puniva pesantemente l’Italia. Il “biglietto di ritorno” fra le democrazie non era ancora stato obliterato correttamente. A nulla era valsa la ricostituzione delle forze armate nel Regno del Sud che affiancarono la lenta avanzata delle truppe anglo-americane lungo la penisola. A niente era valsa la resistenza passiva di decine di migliaia di Internati Militari Italiani, finiti nei campi di prigionia tedeschi in seguito allo sbandamento politico, militare ed istituzionale dell’8 settembre. A molti sembrava che l’insurrezione generale del 25 aprile 1945 fosse stata una vittoria, ma così non fu, eppure bisognava credere di aver vinto. Ma chi vince non perde territori, non vede arrivare decine di migliaia di connazionali in fuga da province che sono state cedute ad uno Stato confinante, chi vince non deve pagare debiti di guerra. Pur di vivere in quest’illusione, per decenni è calata una coltre di silenzio sulle tragedie delle Foibe e dell’Esodo, due eventi concatenati che sconvolsero l’esistenza della comunità italiana radicata da secoli lungo la costa dell’Adriatico orientale.

L’italianità adriatica, seminata dalla presenza di Roma, gemmata durante i secoli della Serenissima Repubblica di Venezia e fiorita con l’annessione al Regno d’Italia dopo la Prima guerra mondiale, che per gli irredenti (cioè gli italofoni ancora residenti in terre sottoposte a dominio austro-ungarico dopo il 1866) fu Quarta guerra d’indipendenza, si consumò nel tornante finale della Seconda guerra mondiale.

La contrapposizione italo-slava in queste terre mistilingui fomentata dalle autorità di Vienna nella fase declinante dell’Impero asburgico si era esacerbata con le politiche di scarsa tutela delle minoranze seguite alla Grande guerra (esodo degli italiani della cospicua porzione di Dalmazia annessa al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, snazionalizzazione delle comunità slovene e croate rimaste entro i confini italiani) e con le violenze consumatesi nell’ambito dell’occupazione italiana della Jugoslavia durante il secondo conflitto mondiale (1941-1943) fra imboscate partigiane e rappresaglie. La resistenza jugoslava aveva trovato in Tito il suo leader carismatico, tanto più che costui, pur sventolando la bandiera rossa, aveva fatto propri i progetti espansionistici che i nazionalisti sloveni e croati avevano elaborato sin dalla fine dell’Ottocento: le comunità italiane arroccate nei centri urbani della costa adriatica sarebbero state sommerse dalla marea slava predominante nell’entroterra.

La prima avvisaglia di questo progetto si ebbe nelle foibe istriane e nelle esecuzioni consumatesi in Dalmazia all’indomani dell’8 settembre (un migliaio di vittime), la conferma si ebbe nei Quaranta giorni (1 maggio-9giugno 1945) in cui le truppe di Tito occuparono Trieste, Gorizia, Fiume e l’Istria procedendo a nuove eliminazioni e a deportazioni che portarono a 10.000 vittime: non si trattava soltanto di ex fascisti o collaborazionisti dei nazisti, ma anche di partigiani antifascisti però patriottici e contrari all’espansionismo jugoslavo che secondo certe teorie doveva fissare il nuovo confine al fiume Tagliamento nel bel mezzo del Friuli.

Togliatti aveva esortato nella primavera del ’45 i partigiani che operavano all’estremo nord-est d’Italia ad accogliere Tito come un liberatore, eppure pochi mesi dopo alcuni nuclei di comunisti italiani dell’Istria che avevano fatto la resistenza chiedevano al loro segretario nazionale di poter imbracciare di nuovo le armi per opporsi al regime nazionalcomunista che Tito andava instaurando.

L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 allontanò i “titini” da Trieste, Gorizia e Pola, ma nell’entroterra di queste città continuò l’annientamento degli elementi di spicco della comunità italiana, l’eliminazione della potenziale futura classe dirigente autoctona che potesse rappresentare un’opposizione robusta, democratica e patriottica all’espansionismo jugoslavo, senza dimenticare l’attentato dinamitardo di Vergarolla, con decine di feriti ed un centinaio di morti dilaniati dalla violenza dell’esplosione.

La successiva Conferenza di pace accontentò gran parte delle ambizioni dello statista croato, sicché lo spostamento dei confini ed il clima di terrore che si era instaurato convinsero 350.000 istriani, fiumani e dalmati ad intraprendere la gravosa strada dell’esodo, abbandonando le proprie radici per ritrovarsi in terrificanti Centri Raccolta Profughi, lasciando i propri beni che lo Stato italiano usò per pagare il debito di guerra con Belgrado e le associazioni degli esuli reclamano ancora un equo indennizzo, ignorando sul fondo di quale foiba o in quale fossa comune giacessero le spoglie di parenti, amici e compaesani travolti per primi da quella che finì per essere un’operazione di pulizia etnica di un territorio.

L’oblio che ancora avvolge tanti elementi di questa pagina di storia patria rende necessario perseverare nella ricorrenza del Giorno del Ricordo, chiedendo giustizia per le vittime e conoscenza approfondita di quella che fu una tragedia nazionale.

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Fonte: http://www.ilconservatore.com/idee/parigi-10-febbraio-1947-popolo-giuliano-dalmata-schiacciato-dalla-sconfitta-italiana/

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